I frutti dello Spirito Santo
1° La carità è il primo
frutto dello Spirito Santo, fondamento e radice di tutti gli altri. Essendo
Egli l’infinita carità, ossia l’infinito amore, è logico che comunichi
all’anima la sua fiamma, facendole amare Dio con tutto il cuore, con tutte le
forze e con tutta la mente, e il prossimo per amore di Dio. Dove manca questo
amore non può trovarsi alcun’azione soprannaturale, alcun merito per la vita
eterna, alcuna vera e completa felicità. È logico anche che la carità sia un dolcissimo
frutto, perché l’amore di Dio è il raggiungimento del proprio fine sulla terra
ed è il principio di questo raggiungimento nell’eternità, perciò è il pieno
appagamento di tutto l’essere. Parlandosi poi di carità, è chiaro che non s’intende parlare della virtù della beneficenza, benché nella carità ci
sia inclusa, come particolare manifestazione ed effusione dell’amore verso il
prossimo.
La
carità, frutto dello Spirito Santo, è principalmente fiamma d’amore a Dio,
apprezzamento di Lui sopra tutte le cose, rispetto tenero alla sua maestà,
adorazione di Lui Uno e Trino, affettuosa premura di onorarlo e di farlo
onorare, generoso distacco da tutto per ritrovare Lui, tesoro dell’anima, forza
d’amore che fa vincere ogni ostacolo che si frapponga all’esercizio delle
virtù, che fa accogliere e portare la croce come un tesoro, e che fa sembrare
sempre poco quello che si fa per Dio.
Da
questa fiamma di carità nasce quella dell’amore al prossimo, ma questo amore
non è tenerezza e compassione naturale verso chi soffre, non è prodigalità nel
donare a chi ha bisogno, ma è amore di
Dio nella sua immagine, amore mille volte più benefico per il prossimo
che soffre, perché non è mosso da simpatia verso gli altri o da bisogno personale
di effondersi, ma è dato dall’apprezzamento di Dio, e perciò è costante,
imparziale ed eroico in ogni sua manifestazione, ed ha un valore altissimo in
ogni sua effusione anche piccola, perché la carità è l’alchimia ammirabile che
può mutare i sassi in oro preziosissimo.
2°
Gaudio. È un frutto che
emana spontaneamente dalla carità come il profumo dal fiore, la luce dal sole,
il calore dal fuoco. Ogni opera buona, fatta con facilità, dà all’anima un
gaudio profondo, effetto della soddisfazione che si ha nella vittoria riportata
su di se stessi e nell’aver prodotto il bene. Nella carità, poi, il gaudio
supera ogni misura, perché al nostro amore risponde quello di Dio, e l’anima
non ha soltanto la coscienza serena, santa, libera da ogni turbamento, ma è
saziata di gioia dall’amore di Dio che in lei si effonde rispondendo al suo amore.
Il
gaudio che viene dallo Spirito Santo non si offusca neppure nelle tribolazioni,
che anzi in esse può accrescersi quando sono testimonianze di amore per Dio,
sicché san Paolo poteva esclamare: Sovrabbondo
di gaudio in ogni tribolazione (2Cor
7,4).
Il
gaudio dello Spirito Santo è tanto diverso da quello che il mondo dice di avere
nei suoi divertimenti. L’impura
voluttà – dice san Giovanni Crisostomo (Hom. 13 in Acta) –, è simile alla voluttà che provano gli
scabbiosi quando si grattano, poiché al piacere che è breve, succede un più
lungo dolore e una più fastidiosa molestia. La voluttà del mondo è
schiavitù; il gaudio dello Spirito Santo è libertà di spirito e libertà dalla
materia; l’anima respira nell’atmosfera del divino, e prova la gioia di chi
esce da un sotterraneo alla luce del sole, o dalle onde tempestose alla
sicurezza della terra ferma.
3°
Pace. Il vero gaudio, non
essendo frastuono d’incomposta gioia, porta con sé la pace che ne è la
perfezione, perché suppone e garantisce il tranquillo godimento dell’oggetto
amato. L’oggetto amato per eccellenza non può essere per l’anima che Dio, e
perciò la pace è la tranquilla sicurezza di possederlo e di essere nella sua grazia.
È questa la pace del Signore che
supera ogni senso – come dice san Paolo (Fil 4,7) –, perché è una gioia profonda che supera ogni gioia
fondata sulla carne o sulle cose materiali, e per ottenerla dovremmo tutto
immolare a Dio.
4° Pazienza. Essendo la vita un continuo combattimento contro
nemici visibili ed invisibili, e contro le potenze del mondo e dell’Inferno,
occorre molta pazienza per superare i turbamenti che simili lotte producono in
noi, e per trovarsi in armonia con le creature con le quali trattiamo, tanto
diverse per carattere, educazione, aspirazioni, e spesso anche dominate da
fisime di ogni genere. C’è la pazienza naturale, che fa sopportare le cose
avverse per diplomazia, per opportunismo, per prudenza della carne, o perché
sono inevitabili e invincibili; e c’è la pazienza che fa sopportare le
avversità per puro amore di Dio o per profonda carità verso il prossimo.
Un
condannato, per esempio, si trova innanzi all’ineluttabile, e sopporta le conseguenze
della condanna con un certo spirito di fatalismo che non può dargli alcuna
pace, ma che gli dà una cupa, tenebrosa e penosissima calma. Un povero essere,
fatto segno alle ingiustizie altrui, che è pervaso e sostenuto dalla grazia
dello Spirito Santo, soffre e tace per amore di Dio, si unisce affettuosamente
alla Passione di Gesù Cristo, guarda all’eterna gloria, considera che dà
piacere a Dio soffrendo e perdonando, e sente non solo la forza di sopportare
l’avversità, ma avverte nel fondo dell’anima una dolcezza soave, frutto della
maggiore unione con Dio che gli viene dall’esperienza della miseria umana e
dalla delusione che gli danno le creature.
Nelle
umiliazioni, l’anima entra in un profondo silenzio interiore, quando, umiliata
dagli uomini, si umilia essa stessa innanzi a Dio; nelle ingiurie si sente
flagellata nello spirito, rimane come Gesù tra gli scherni della sua Passione,
e prova una dolcezza ineffabile, pensando che Dio solo la giudica e la
giudicherà. Nelle avversità si raccoglie nelle braccia della bontà e della
provvidenza di Dio, e gode nel credere con ferma speranza che Egli ci penserà.
Muggisce la tempesta intorno a lei, essa ne è scossa e ne soffre, ma naviga con
Gesù Cristo a poppa della sua navicella squassata, lo risveglia con le sue
affettuose preghiere, e ha fede che si leverà per sedare la sua tempesta come
sedò quella del lago.
Questi
tratti di pazienza, e tanti altri, sono frutti della grazia abituale che ci dà
un carattere soprannaturalmente sereno, della grazia attuale che ci muove ad
accettare le pene per amore di Dio, della fede che ci fa vedere Dio in tutto,
della speranza che ci fa abbandonare in Lui, della carità che ce lo fa amare
con tutto il cuore, della giustizia che ci fa riconoscere peccatori, degni di
ogni espiazione, della fortezza che ci mantiene fermi nell’avversità e ci
sostiene nel sopportarla, della prudenza che ci fa evitare i contrasti e gli
urti, e della temperanza che modera e frena tutte le reazioni che potremmo
avere. Da quelle forti radici sboccia il fiore della pazienza per lo Spirito
Santo, e matura in un frutto dolcissimo di carità e di pace.
5°
Benignità. La pazienza
trova la sua perfezione nella benignità,
ossia nella disposizione costante all’indulgenza e all’affabilità nel
parlare, nel rispondere e nel beneficare.
Si può
essere buono e benefico senza essere benigno,
avendo un modo di trattare rude, rustico e aspro; la benignità rende
socievoli, civili e dolci nelle parole e nel trattare, nonostante la rudezza,
la rusticità e l’asprezza altrui. È un grande segno della santità di un’anima,
e dell’azione in lei dello Spirito Santo che, com’è detto nel libro della
Sapienza (7,22-23) è spirito
d’intelligenza, santo, unico, molteplice, sottile, eloquente, pronto,
incontaminato, infallibile, soave, amante del bene, penetrante, irresistibile,
benefico, amatore degli uomini, benigno, costante, sicuro, tranquillo.
L’anima
benigna è intelligente, perché
considera le cose e le persone con equilibrato discernimento, e non si urta né
urta; smussa gli angoli, come suol dirsi, e li arrotonda in modo da non lasciare
in sé che un’affettuosa simpatia, una grazia e una gentilezza semplice,
spontanea, soavemente e moderatamente espansiva.
L’anima
benigna è santa, perché ama Dio
solo e opera per suo amore; è unica, perché
è tutta per ciascuno; è molteplice, perché
è tutta per tutti; è sottile, perché
penetra il fondo dei cuori col suo fascino soave; è eloquente, perché commuove con le sue parole; è pronta, perché si dona con
generosità; è incontaminata, perché
non ha secondi fini in ciò che fa, ed è purissima nelle sue affettuosità.
L’anima
benigna è infallibile, non
perché non possa errare, ma perché dà nel segno trattando con gli altri, e
amalgama i loro caratteri e la loro scontrosità; è soave, perché non si lascia sorprendere dagli urti e dai
disappunti che le possono cagionare le persone. Essa è amante del bene perché non cerca che il bene, è penetrante e irresistibile nell’affettuosa
dolcezza, è benefica con la
carità, è amante degli uomini che
considera come fratelli e figli, è
benigna perciò, costantemente benigna,
sicura e tranquilla in tutto
quello che fa per gli altri. Tutto questo è trasfusione di santità vera che le
dà lo Spirito Santo, e perciò il popolo misura la santità di un’anima dalla sua
benignità, e da essa si lascia trarre, prendere, piegare e dominare.
6°
Bontà. La bontà è il
benevolo affetto che si ha nel beneficare il prossimo, ed è come il frutto
della benignità per chi soffre ed è bisognoso di aiuto. La benignità dà alla
bontà come il profumo, il calore e il sapore del frutto, e la bontà è la
benignità in atto. La bontà, effetto dell’unione dell’anima con Dio, Bontà
infinita, effonde l’anima cristiana sul prossimo, beneficando e sanando, ad imitazione di Gesù Cristo. La bontà
che benefica con amore è la nota caratteristica con la quale san Pietro annunciò
Gesù Cristo al centurione Cornelio e a quelli che erano con lui. Voi sapete – disse san Pietro –, come Dio unse di Spirito Santo e di virtù
Gesù di Nazaret, il quale passò facendo del bene e sanando (At 10,37-38).
La vita
di Gesù su questa terra fu tutta impiegata nel far bene agli altri, mostrando
così un Cuore ripieno di amorevolezza e di bontà. Egli ha fatto sentire in
tutta l’umanità le vibrazioni e le pulsazioni del suo Cuore tenerissimo, da Lui
legato alla Chiesa, suo Corpo mistico. Non c’è opera di carità nel mondo
cristiano, della quale il Sacro Cuore non sia fulgido principio animatore e
vivificatore. Prima della sua venuta, il mondo, con la sua cultura e le sue
attività, era freddo come il ghiaccio, duro come il macigno, crudele come una
belva; il Sacro Cuore di Gesù lo riscaldò con la sua amorosa bontà, e mise il
fuoco dell’amore nelle anime degli Apostoli, perché, annunciando il Vangelo,
fossero stati ministri della sua carità.
La
Chiesa, dal tempo degli Apostoli ad oggi, non ha fatto che effondere nelle sue
opere di beneficenza e di carità l’infinita bontà di Gesù Cristo, e i santi
sono stati, per Gesù e con Gesù, gli esseri più benefici, proprio per la bontà
in loro effusa sovrabbondantemente dallo Spirito Santo. Questa bontà dobbiamo
averla anche noi, come membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo, e dobbiamo
anche averla sia nell’apostolato che nella vita privata, confondendo così la tracotanza
di quelli che si fingono amici del popolo e lo trascinano a sicura rovina,
togliendogli la fede e gettandolo nei disordini e nelle sedizioni. L’ipocrita
bontà di questi perversi, non è frutto dello Spirito Santo, ma è frutto
diabolico, che, con l’allettamento di un beneficio temporale, prende al laccio
le anime per perderle eternamente.
7°
Longanimità. Questo frutto
dello Spirito Santo conferisce all’anima una larghezza di vedute e di
generosità, per la quale essa sa attendere i momenti della divina Provvidenza,
quando vede ritardare il compimento dei suoi disegni, e sa avere bontà e
pazienza col prossimo, senza stancarsi della sua resistenza e delle sue opposizioni.
Longanimità è lo stesso che lungo coraggio, longus animus, nelle
difficoltà frapposte al bene, ed è
animo largo, soprannaturalmente largo, nella concezione e nelle esecuzioni
delle opere della bontà.
Non è longanime chi è taccagno, tirchio,
ristretto, poco fiducioso in Dio, e chi ha la mano monca e diremmo anchilosata
nella carità verso il prossimo. Non è longanime chi vede tutto nero, tutto
oscuro, tutto storto, tutto pessimisticamente, e chi non sa amalgamare,
compatire, consolare e soccorrere opportunamente il prossimo. Chi è longanime
non si fida di sé e confida in Dio, non si preoccupa ma si abbandona a Dio, non
si ferma nel fare il bene ma va sempre avanti, fondato non sulle proprie forze
ma sull’aiuto della divina grazia.
8°
Mansuetudine. Nel Commento
alle lettere di san Paolo che va sotto il nome di sant’Anselmo, si definisce
mansueto colui che si adatta agli
altri, che è trattabile, duttile, flessibile, facile ad essere condotto, calmo
nel patire. La mansuetudine si oppone all’ira e all’animosità, ira nel
reagire e animosità nel non voler patire, nel non tollerare il dominio o
l’imposizione altrui, nel vendicarsi per i torti ricevuti e nel trascendere
persino alla violenza delle battiture. La mansuetudine rende il cristiano
colomba senza fiele, agnello senza ira, dolcezza effusa nelle parole e nel tratto
di fronte all’irruenza degli altri.
Come
Gesù, che fu mansuetissimo agnello, e c’invitò ad imparare questa virtù da Lui:
Imparate da me che sono mansueto e
umile di cuore, il cristiano non
spezza la canna già rotta, né spegne il lucignolo che muore. Il
cristiano che è mansueto vince e domina il disordine dei propri nervi i quali
sono i nemici di questa grande virtù, e gettano l’anima nelle contese e nelle
dissensioni.
La
reazione nervosa può essere anche un frutto di malanno, un eccitamento senza
controllo, che si avvicina ad un momentaneo stato di pazzia, ma quando l’anima
ha il frutto dolcissimo della mansuetudine, e lo domanda con insistenti preghiere
allo Spirito Santo, allora sente facilità nel dominare anche queste dissennate
irruenze nervose, e può giungere a provare un gran gusto a sopportare le
persone moleste per amore di Dio e per uniformarsi a Gesù Cristo.
La
mansuetudine è un frutto che bisogna coltivare, abituandosi a non agire con
irruenza anche quando si trovano ostacoli nel lavoro materiale; col prossimo ci
vuole umiltà, compatimento e pazienza, e con le cose materiali ci vuole
pacatezza, costanza e pazienza. Chi si abitua a sbuffare per l’ago che non
s’infila, per il bottone che si stacca dall’abito, per il laccio che si spezza,
per la chiave che non apre, per il catarro che infastidisce, per la tosse che
tormenta, per la febbre che dà smanie, e per simili contrarietà personali, non
si accorge di fare la ginnastica dell’irritabilità, e di abituarsi, così, ad
irrompere contro il prossimo. Bisogna fare la ginnastica inversa, e per la
pazienza con le cose materiali aprire il cuore allo Spirito Santo perché lo
riempia di dolcezza e mansuetudine.
9° Fedeltà. Da molti è chiamata anche fede, non nel senso della prima virtù teologale, ma nel senso
appunto di fedeltà. Sant’Anselmo
la definisce: fedeltà è veracità nelle
promesse, che si oppone alla frode e alla menzogna. Di conseguenza
questo frutto dello Spirito Santo ci fa mantenere la parola data, gl’impegni
assunti e i contratti stipulati, e molto più c’impedisce di essere col prossimo
sospettosi, malpensanti, increduli a qualunque cosa ci si dica, insinceri,
politicanti e traditori. Questa fedeltà è l’anima di ogni consorzio umano,
delle industrie, del commercio e di tutta la civiltà.
Il
mantenere la parola data, e l’essere esatti anche agli appuntamenti e agli orari
stabiliti, è virtù che glorifica Dio che è verità. Chi fissa l’orario di un
appuntamento e giunge in ritardo, chi promette e viene meno, chi fa atti di
ossequio ad una persona presente e la disprezza alle spalle, manca a quella
semplicità di colomba suggeritaci da Gesù Cristo, e induce negli altri
l’incertezza in ogni relazione sociale. Questo frutto dello Spirito Santo è
diametralmente opposto agl’intrighi della vita moderna che, dolorosamente, è
tutta una menzogna. Bisogna perciò abituarsi alla schiettezza e alla
semplicità, senza escludere la prudenza del serpente, complemento inseparabile
di questa virtù, che ci è stata insinuata e insegnata da Gesù stesso.
10° Modestia. È una virtù che ordina e dispone bene tutto il nostro
esteriore, ossia tutte le membra poste da Dio a servizio dell’anima, in modo
che ne riflettano il più che è possibile l’ordine interno e la spirituale
bellezza. La modestia, come indica il suo stesso nome, pone il modo, ossia regola la maniera soave e composta nel vestire,
nel camminare, nel parlare, nel ridere, nel giocare. Come riflesso di calma interiore,
mantiene i nostri occhi perché non divaghino in cose stolte e immonde, riflettendo
in essi la purezza dell’anima; armonizza le nostre labbra, componendole nel
sorriso della semplicità e della carità, i nostri gesti, escludendo da essi
tutto ciò che è rozzo o ineducato.
Il
galateo e la buona creanza, che ogni cristiano, anche del volgo, deve coltivare,
fa parte della modestia, perché modera tutto l’andamento e gli atti di un uomo
civile ed ha il fondamento nella carità. Il
vestito del corpo – dice lo Spirito Santo –, il riso dei denti, e l’andatura di un uomo lo fanno conoscere (Sir 19,27). Ed Erveo di Bordeaux (sec. XII), nel Commentario alle
lettere di san Paolo conosciuto sotto il nome di sant’Anselmo, dice per
illustrare queste divine parole: Dagli atti esteriori si valuta l’uomo nascosto
del nostro cuore, se è leggero, se orgoglioso, se torbido, se grave, costante,
puro e maturo. Perciò sant’Agostino dice nella sua Regola (n. 3): Niente vi sia nei vostri movimenti che possa
offendere lo sguardo di alcuno, ma siano quali si convengono alla vostra
santità.
Non è
dunque un atto d’ipocrisia la modestia, ma un frutto di santità interiore; non
è esercitata per essere stimati come santi, ma per far risplendere la luce del
buon esempio e dell’edificazione altrui, glorificando il Padre che è nei Cieli.
Non è solo una manifestazione esterna di compostezza, quasi ostentazione della
propria eccellenza, ma include, anzi, quel profondo sentimento di umiltà che è
contrario ad ogni iattanza, e che fa nascondere in un semplice e schietto
riserbo le buone doti, la cultura o l’eccellenza che una persona può avere.
Gesù
Cristo è il nostro modello in questa cara virtù, che dà alla perfezione un
fascino soave, e induce negli altri la stima e il desiderio del bene. Per
questo san Paolo voleva che la modestia dei cristiani fosse conosciuta dal
mondo intero, stimando che questo dovesse concorrere a convertirlo. Per questo
Dio ha circondato e circonda sempre i suoi santi di questo alone di fascino
spirituale, che li rende apostoli e propagatori di bene. Nel volto e nel
portamento dei santi si legge la santità, e la loro modestia è l’aureola di
luce che li fa riconoscere dal mondo, a sua edificazione.
11° Continenza. L’esteriore di un uomo è tenuto in ordine dalla
modestia; la modestia non è vera virtù se non ha il suo fondamento
nell’interno, e se non è riflesso di una vita moderata. La continenza mantiene nell’ordine
l’uomo interiore e, come indica il suo stesso nome, contiene nei giusti limiti la concupiscenza, non solo per ciò
che riguarda i piaceri sensuali, ma anche per ciò che riguarda il mangiare, il
bere, il divertirsi, e gli altri piaceri della vita materiale. La soddisfazione
di tutti questi istinti, per cui l’uomo si vede assimilato agli animali, viene
ordinata dalla continenza, e per essa, che ha come fine e movente l’amore di
Dio, viene spiritualizzata e sublimata. Questo dominio sulle tendenze più basse
della natura, che nel loro disordine hanno un impeto che sembra irresistibile,
è gloria esclusiva del cristiano, ed è il segno più evidente dello Spirito
Santo in lui; sta scritto infatti nel libro della Sapienza che nessuno può essere continente se Dio
non lo concede e se l’anima non gli chiede questo dono (8,21).
In un
senso più ristretto e particolare, per continenza
s’intende la lotta interna che, con la grazia di Dio, dà il dominio
sulle passioni impure come si dice nel commento sopraindicato di Erveo. È un
frutto dello Spirito Santo che muta gli uomini in angeli, perché, dando loro la
forza di resistere al fascino dei piaceri sensuali, li porta alla pace della
purezza; in realtà non c’è una cosa più stupida quanto il piacere della carne,
perché è un piacere che non dà nulla; sottrae energia alla vita, sconvolge
l’ordine dell’organismo, è causa di malanni pericolosi, inebetisce
l’intelligenza, abbrutisce il cuore, rende supremamente egoisti, e può
trascinare ad ogni delitto. Più l’impurità domina in una creatura, e più la
rende schiava di azioni obbrobriose, facendola baloccare nel fango e in ciò che
di più immondo ha la vita.
L’uomo
che si abbandona all’impurità si getta in un abisso di mali, si degrada, perde
la pace, perde la grazia di Dio, e non raccoglie che un momentaneo e obbrobrioso
diletto, che gli si muta subito in delusione amarissima e in cocente rimorso.
Se l’uomo pensasse solamente a questo, potrebbe trovare la forza per resistere
al fascino dei sensi, come la trova quando, per amore della propria salute,
dietro prescrizione del medico, si astiene dal fumo, dal vino e da quei cibi
che più solleticano la sua gola. Ma l’uomo, nel campo dell’impurità, si sente
trascinato perché il mondo e il demonio lo tentano in tutti i modi, ed egli
stesso va incontro alle occasioni del peccato, e si mette nel pericolo prossimo
e irresistibile di cadere.
D’altra
parte se si astenesse dall’impurità unicamente per motivi umani di personale
vantaggio e opportunismo, la sua non sarebbe virtù degna di eterno premio. Egli
dunque ha bisogno della grazia dello Spirito Santo, che, trasformandolo da uomo
animale in uomo spirituale, gli dia l’amore per tendere a Dio solo, e per calpestare
con gustosa gioia le prepotenti esigenze dei sensi, dandogli anche la moderazione
e la sobrietà nell’uso del legittimo matrimonio, e facendo che in esso domini
il santo desiderio di dare a Dio figliuoli che lo servano, lo amino e raggiungano
l’eterna felicità.
12°
Castità. La continenza sta nella lotta – dice l’autore suddetto –, e
la castità nella pace. La castità è la vittoria conseguita sulla carne,
che rende il cristiano tempio vivo dello Spirito Santo. L’anima casta, sia
vergine sia coniugata (perché c’è anche la castità coniugale nel perfetto
ordine e uso del matrimonio) regna sul suo corpo in grande pace, e sente in se stessa
l’ineffabile gioia dell’intima amicizia di Dio, avendo detto Gesù: Beati i mondi di cuore perché essi vedranno
Dio.
Il
cristiano che vive castamente, soprattutto se vergine e tutto dedito a Dio, impone
rispetto sulla terra, forma la delizia del Cielo, ed è il tempio prediletto
dello Spirito Santo. La sua fronte è serena, il suo sguardo è limpido, la sua
parola è dolcissima per la sua purezza, la sua compagnia è gradevole, perché
diffonde profumo di bontà e di amabilità. È un’anima nella quale lo Spirito
Santo può liberamente operare perché, posta in ceppi la concupiscenza, tutte le
altre passioni si domano molto più facilmente; è un’anima, quindi, che può
ascendere a grande santità, e la cui voce di preghiera penetra i Cieli ed è
esaudita più facilmente da Dio.
Lo Spirito Santo la cesella, l’arricchisce, la
ingemma, le apre orizzonti vastissimi di contemplazione, se ne serve per le
opere sante della Chiesa, e può arricchirla dei suoi carismi, dei quali parleremo in seguito. Nell’anima casta lo
Spirito Santo compie il suo mirabile lavoro di elevare l’uomo a Dio, e di
renderlo consorte della divina natura; è questo il risultato finale della sua
grazia, dei suoi doni e dei suoi frutti. Mirabile contrasto! Il demonio,
facendo cogliere ad Eva il frutto proibito per porgerlo ad Adamo, le prometteva
che, mangiandolo, essi sarebbero diventati simili a Dio; invece, cadendo nel
peccato, divennero sempre più simili alle bestie. Lo Spirito Santo porge
anch’Egli i suoi frutti all’uomo con la stessa promessa, e per mezzo di essi
l’uomo giunge veramente ad essere consorte della divina natura.
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo


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