sabato 26 marzo 2011

Gesù incontra la samaritana


Gesù incontra la samaritana
Camminando, Gesù giunse in una città chiamata Sicar, identificata oggi con Askar, non lontana da Sichem, capitale della Samaria, e si fermò presso il pozzo famoso, scavato da Giacobbe, nella tenuta lasciata in eredità al figlio Giuseppe. Sedette così, alla buona, come indica il testo greco, dissimulando la sua maestà, umilmente, preso da un sentimento di compassione per le anime. Era quasi l’ora sesta, nota l’evangelista, cioè quasi mezzogiorno. Per questa circostanza di tempo, e per le altre particolarità del racconto, alcuni suppongono che san Giovanni sia stato presente alla scena. Gli altri discepoli, però, erano andati in città per comprare qualcosa da mangiare, ed erano certamente assenti.
Mentre Gesù stava pensoso e raccolto nei pressi del pozzo, ecco una donna samaritana, con l’anfora in testa, che veniva ad attingere. Veniva da lontano perché l’acqua fresca e sorgiva del pozzo l’attirava, e molto più l’attirava la grazia che con delicata disposizione d’amore la spingeva ad andare là dove avrebbe trovato la salvezza.
Gesù Cristo le rivolse la parola e le disse: Dammi da bere. Dal vestito che indossava e dalla pronuncia delle parole, la donna si accorse subito che Egli era un Giudeo e, meravigliandosi che le domandasse da bere, perché i Giudei aborrivano i Samaritani, gli disse: Come mai tu che sei un Giudeo, chiedi da bere a me che sono samaritana? Psicologicamente, non osò dire la frase opposta: Come posso darti da bere se tu sei un Giudeo? perché sentiva, inconsciamente, la propria inferiorità innanzi a Gesù, e perché quel volto divino e bellissimo, dai lineamenti regali e dall’occhio splendentemente ceruleo, l’aveva già conquisa. Proprio perché peccatrice, la poveretta aveva un profondo senso di umiliazione interiore che le facilitò il non considerare Gesù col solito disprezzo dei Samaritani, e il guardarlo con rispettosa venerazione.
Era ancora lontana dal supporre chi Egli fosse, ma si accorse subito di trovarsi innanzi ad un giusto. La santità spirava da Lui, ed ella si sentì meschina. Dimenticando quindi la fierezza con la quale i Samaritani sprezzavano i Giudei, si stupì piuttosto che quel Giudeo le domandasse da bere. È una sottigliezza psicologica che ci fa capire il processo misericordioso della grazia nel convertirla.
Gesù le rispose con infinita amabilità: Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è Colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto, ed Egli ti avrebbe dato l’acqua viva. Con queste parole cercò rendere cosciente il sentimento subcosciente di devozione e di umiltà che era sorto nella donna, e volle cominciare a farle intendere che ella si trovava innanzi ad un essere non semplicemente buono, ma straordinario. La donna prese le parole alla lettera, e vedendo che Gesù mancava dell’anfora che portavano i viaggiatori per poter attingere acqua lungo il cammino, avendola portata con loro gli apostoli, rispose: Signore, tu non hai come attingere, e il pozzo è profondo; dove hai tu dunque l’acqua viva? Gli Ebrei chiamavano acqua viva l’acqua di sorgente, in contrapposizione all’acqua stagnante; la donna, però, aveva sentito nell’anima, in quella promessa dell’acqua viva, qualche cosa che non era propriamente l’acqua del pozzo; inconsciamente e forse anche coscientemente, aveva sentito che si trattava di un dono e non dell’acqua. Essendo molto scaltra, però, come si rileva da tutto il racconto, volle indagarlo senza mostrare d’averlo capito, affinché Gesù stesso glielo avesse spiegato. Perciò lo pose in contrapposizione col patriarca Giacobbe che aveva scavato quel pozzo, e gli domandò, dissimulando la propria impressione: Sei tu forse di più di Giacobbe nostro Padre, il quale diede a noi questo pozzo, e ne bevve egli stesso, i suoi figli e il suo bestiame?
La donna porta spesso nei suoi atti una sconcertante vanità, anche quando si trova in momenti penosi della sua vita. Se si osserva, per esempio, un drappello di donne reclutate per la guerra, esse hanno nelle loro movenze, nei loro gesti, nel loro sguardo qualche cosa che pretende d’interessare.
Questa vanità nasce o dalla presunzione del suo ingegno o da quella della sua bellezza o, peggio, dalla persuasione di poter sconcertare una testa più o meno di zucca.
La samaritana, avendo avuto cinque mariti, e convivendo con uno che non le apparteneva, aveva dovuto essere un tipo interessante dal punto di vista materiale, ed era abituata a sentirsi corteggiata. Non è improbabile che, almeno inconsciamente, le sia passato nell’animo che quel forestiero giudeo cercasse modo d’intavolare un discorso con lei, per passatempo; perciò Gesù la sollevò subito ad un pensiero di cielo, mostrandole così che parlava per un fine spirituale: Chi beve di quest’acqua disse , tornerà ad aver sete, chi invece beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete in eterno; anzi l’acqua che gli darò, diventerà in lui una sorgente d’acqua zampillante fino alla vita eterna.
Un accenno così improvviso all’eterno orizzonte dei cieli, per una donna di facili costumi, era una stonatura. «Dove andava il suo interlocutore – dovette pensare –, col suo discorso? Che cos’è l’acqua spirituale che disseta e porta al Cielo, se viviamo di senso e ci dissetiamo solo ai piaceri?». Perciò prendendo in giro il suo interlocutore, rispose con evidente ironia, per stornare il discorso da un argomento che la scottava: Signore, dammi di quest’acqua, affinché io non abbia più sete né venga più ad attingerne. Parlò così per evitare un discorso spirituale che le suscitava rimorsi, e Gesù con un lampo divino di luce la richiamò proprio alla considerazione dello stato deplorevole della sua vita disordinata, dicendo: Va’, chiama tuo marito e torna qua. La donna ne fu sconcertata, perché la parola di Gesù le penetrò in fondo all’anima; ma, dissimulando il suo turbamento, rispose con aria indifferente: Io non ho marito. E Gesù, mostrando di conoscere appieno la vita di lei, soggiunse: Hai detto bene: Non ho marito, perché hai avuto cinque mariti, e quello che hai adesso non è tuo marito; in questo hai detto il vero. Se aveva detto il vero allora, è chiaro che prima, domandando l’acqua dissetante, aveva mentito, ed aveva parlato solo per ironia.

Signore, vedo che sei un profeta, ma… la questione del tempio…
Il discorso aveva preso per la donna una piega sconcertante; ella, scaltramente, cercò di deviarlo, portando Gesù su un argomento che per un giudeo doveva essere scottante, e doveva attrarne tutta l’attenzione. Ella, però, non poté trattenersi da un’espressione di meraviglia per quello che le aveva detto e, per non mostrarsi inceppata o confusa, esclamò, quasi per fargli un complimento: Signore, vedo che sei un profeta. Era un’espressione ambigua, con la quale non affermava né negava quello che Gesù le aveva detto; era una lode che poteva pure significare: «Tu parli come un profeta, vuoi indovinare ciò che è in me, vuoi scrutarmi». Per una samaritana, infatti, un profeta non era che un indovino, poiché quel popolo viveva di superstizioni. Se ella avesse avuto un vero sentimento di stima soprannaturale per Gesù, e se fosse stata compunta nel suo cuore, avrebbe domandato perdono dei propri peccati, e lo avrebbe supplicato ad ottenerglielo da Dio.
Sviando dunque il discorso, la donna soggiunse: I nostri padri hanno adorato Dio su questo monte, e voi dite che il luogo dove bisogna adorare è Gerusalemme. Dicendo questo, ella, inconsciamente, prendeva una rivincita per l’umiliazione subita nel vedersi svelate le proprie colpe. Non domandò, infatti, a Gesù la soluzione della gravissima questione, ma parlò come chi è sicuro di aver ragione, quasi per dire: «Ecco, voi dite che bisogna adorare in Gerusalemme, mentre i nostri padri hanno adorato qui il Signore».
A poca distanza di là, a Sichem, Abramo aveva eretto al Signore della promessa e della rivelazione un altare (cf Gen 12,6-7); Giacobbe vi aveva pregato, e Giosuè aveva eretto un altare sulla cima del monte Ebal, immolandovi numerose vittime (cf Gs 8,30). Sul monte Garizim, poi che sorge presso il pozzo di Giacobbe, al tempo di Neemia, i Samaritani, visto rifiutato dai Giudei il loro concorso all’edificazione del tempio di Gerusalemme, ne edificarono un altro, distrutto poi dal sommo sacerdote Giovanni Ircano I, e da allora riguardarono sempre il Garizim come centro del loro culto.
La samaritana, perciò, lungi dal domandare a Gesù la soluzione del problema, credé di poter affermare che l’opinione dei suoi connazionali era fondata su valide ragioni, e che i Giudei erravano.

Adorerete il Padre in spirito e verità
Il Signore, aprendole un nuovo orizzonte, rispose con grande maestà: Credimi, o donna, che è venuta l’ora in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quello che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene il tempo, anzi è proprio ora, in cui veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Tali adoratori, infatti, il Padre ricerca. Dio è spirito e quelli che l’adorano lo debbono adorare in spirito e verità.
Questo discorso non era solo per quella donna ma per tutti quelli ai quali sarebbe stato annunciato, e troncava dalle fondamenta la questione tra Samaritani e Giudei. Non era il luogo, infatti che poteva dar valore all’adorazione fatta a Dio da un’anima, ma era lo spirito col quale si faceva.
Per adorare Dio bisogna conoscere la verità, accettarla, crederla, praticarla, e proclamarne la gloria. Andare al Garizim o a Gerusalemme non significava conoscere, apprezzare e amare Dio. Se si vuol fare la questione tra Samaritani e Giudei – soggiunse Gesù –, bisogna riconoscere da questo punto di vista che i Giudei sono nella verità più di loro.
I Samaritani, infatti, accettavano solo il Pentateuco e rifiutavano il resto dei Libri Sacri; avevano una rivelazione incompleta, e ignoravano Colui che adoravano; i Giudei riconoscevano, invece, tutte le Scritture, e avevano, almeno teoricamente, tutto il sacro patrimonio. Essi, poi, soprattutto, erano eredi della grande promessa del Redentore che da essi doveva nascere. L’argomento era fortissimo e non ammetteva repliche: se i Giudei avevano tutta la rivelazione e da essi doveva nascere il Redentore, i Samaritani non potevano presumere di essere ad essi superiori, e tanto meno che possedessero il privilegio unico di adorare Dio.
Ma v’è di più – soggiunse Gesù –, poiché non si tratta neppure di vedere se si debba adorare in un luogo o in un altro né di attribuire ad un popolo solo il privilegio della conoscenza e dell’adorazione di Dio; è venuto già il tempo del regno universale di Dio su tutta la terra, il tempo nel quale si adorerà Dio come Padre di tutti gli uomini, in spirito e verità, cioè con adorazione interna, oltre che esterna, fondata non su di un semplice rito, ma sulla verità, poiché questo solo onora Dio che è spirito infinitamente esistente, infinita verità e infinito amore. Finisce l’adorazione simbolica e figurata, in altri termini, fatta con riti che annunciavano solo il futuro e figuravano la vera Vittima, e comincia l’adorazione vera, fondata sul compimento delle figure, dei simboli e della grande promessa.
Gesù Cristo non voleva condannare il culto esterno – com’è evidente dal contesto –, ma voleva contrapporre, al culto divino puramente esterno e simbolico, quello interno e reale, ai riti freddamente legali l’adorazione fatta per mezzo di Lui, eterna sapienza, e dello Spirito Santo, eterno Amore. Dio è Spirito infinito – volle dire Gesù –, e l’adorazione che richiede e gli è proporzionata è quella che gli viene per il Verbo Incarnato e per lo Spirito Santo; non bisogna, dunque, credere che il Garizim o Gerusalemme possano avere il privilegio di essere unici centri di adorazione, ma bisogna unirsi al Redentore e con Lui nello Spirito Santo, adorare Dio.
Il modo come Gesù parlò fu così solenne e luminoso che la donna cominciò a vedere in Lui un essere straordinario. Anche i Samaritani aspettavano il Messia, da essi chiamato il Taheb, cioè colui che ristabilisce e a lei venne il sospetto che potesse essere proprio Lui; per accertarsene disse, quasi nel tono indifferente di chi chiude una discussione: Io so che viene il Messia; quando, dunque, Egli verrà ci annuncerà ogni cosa. Gesù le disse in un fulgore di luminosa verità che dava alle sue parole l’accento della certezza più assoluta: Sono io che ti parlo.
Forse tra i Samaritani, essendo ormai nell’animo di tutti che la pienezza dei tempi era venuta, si parlava già della prossima manifestazione del Messia; forse tra i cittadini c’era quasi una gara a chi l’avesse trovato per primo; certo, la donna si affrettò a correre in città per darne l’annuncio e, per correre più spedita, lasciò la sua anfora al pozzo. A quanti incontrava, poi, diceva: Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; che sia proprio lui il Cristo? Esagerò un po’ per indurre la gente ad andare, e disse che Gesù le aveva detto tutto quello che essa aveva fatto, mentre Egli le aveva solo accennato il disordine morale nel quale viveva, ed espresse, in forma dubitativa, che Egli era il Cristo per non esporsi a fare una brutta figura, qualora i suoi concittadini, andando da Gesù, non lo avessero riconosciuto per il Cristo. La gente, a quell’annuncio, uscì dalla città, incuriosita di vedere l’essere straordinario.
Mentre Gesù diceva alla donna le ultime parole, sopraggiunsero i discepoli, e si meravigliarono che Egli discorresse con una donna samaritana.
Se gli uomini samaritani erano tenuti in disprezzo presso gli Ebrei, molto più vi erano tenute le donne. In generale si aborriva discutere con una donna, sia riguardandola come un essere inferiore, sia per timore di generare sospetti; ma gli apostoli, conoscendo già la bontà di Gesù con tutti, e non osando neppure lontanamente pensare di Lui l’ombra del male, non gli domandarono di che parlasse o che cosa cercasse da lei; si meravigliarono perché era cosa insolita nel loro Maestro, ma capirono che, per discorrere con quella donna, doveva aver avuto un fine alto e divino.

Assorto in Dio, Gesù non ha fame che di Dio
Gesù stava tutto pensoso; aveva nel volto i riflessi del suo grande amore per le anime; adorava Dio Padre proprio allora in spirito e verità, come Verbo Incarnato, nell’infinita luce della conoscenza e nell’amore del suo Cuore. Egli consacrava in quel momento al Signore l’intelletto e il cuore di tutta l’umanità, meritandole la fede e l’amore. Fruiva di Dio nella sua anima, ed ella era tutta fulgente di verità, amava col suo Cuore, ed era tutto acceso dallo Spirito Santo; guardava le creature e la vita per quel che erano, e le umiliava innanzi a Dio nella verità della loro piccolezza, le guardava nella luce dell’infinito amore che le aveva create, e le riscaldava nel suo Cuore perché avessero risposto con amore all’amore. Guardava il mondo e i secoli, il percorso della storia passata e di quella futura, e stava al centro di tutto, per tutto riportare a Dio nella verità e nell’amore. In Lui era l’adorazione pura, senza ombra di incoscienza, senza mescolanza di umane miserie.
Egli stava tra il cielo e la terra, Mediatore divino che suppliva all’adorazione di tutte le creature; stava nei raggi dell’infinita verità, e dell’infinito Amore, intelletto fulgente e volontà tutta inabissata nella divina volontà che è lo stesso amore suo infinito.
Il suo Corpo non era trasfigurato, ma traluceva dell’interna luce, e mandava effluvi di placido amore; non sentiva quasi la sua condizione terrena, non esigeva nulla, come non l’esige la vittima posta sull’altare dell’olocausto, tutta data a Dio e tutta avvolta dalle fiamme che la consumano. Non aveva più fame, non aveva più sete, la vita si era quasi tutta riversata nell’intelletto e nella volontà; aveva fame di Dio, fame della sua volontà e sete del suo amore.
Il mondo, le cose terrene e le esigenze della vita fisica stavano innanzi a Lui nelle loro vere proporzioni di estrema piccolezza, e la sua santissima umanità era il virgulto di Iesse che affondava le radici nelle eterne grandezze; ne era il fiore che quasi si allungava sullo stelo e cercava la zona del sole eterno per respirarne la vita e il calore. La samaritana lo vide proprio in questo arcano atteggiamento quando Egli le disse: Sono io che ti parlo, il Messia; vide il volto fulgente di verità, le pupille cerulee splendenti di cielo, e i lineamenti armonizzati in una maestà luminosa; le sembrò ingigantito, si sentì dominata, vide la sua gloria; si sentì nella verità calda di un amore mai provato, d’una purezza mai sentita, d’una pace che tutta l’avvolgeva nella gioia e, lasciata la sua anfora, fuggì, fuggì per chiamare anime e per dissetare l’Amore che le aveva domandato da bere; fuggì come chi chiama gli altri perché osservino un fenomeno celeste prima che svanisca, poiché il volto divino splendeva come sole in un alone, e diffondeva pace come sole sui campi ricolmi di messe.

I poveri apostoli avevano comprato da mangiare…
Gli apostoli, al contrario, venivano a Gesù come abbacinati dal mondo; avevano comprato da mangiare, avevano forse litigato sul prezzo delle modeste derrate, sentivano la fame corporale più forte per l’attesa, perché il mezzogiorno era passato da un pezzo e non si accorsero di nulla. Sembrò anzi loro abbastanza strano che il Maestro, dopo tanta attesa, non domandasse da mangiare, sembrò loro che l’attesa l’avesse illanguidito e lo esortavano a mangiare, non osando per amore cominciare essi per primi; la loro vita era in quel momento tutta concentrata nell’esigenza del corpo, e quando Gesù disse loro che doveva mangiare un cibo a loro sconosciuto, si domandarono stupiti, l’un l’altro, se qualche altro gli avesse portato da mangiare.
Che pena fa, all’anima che contempla questo momento solenne della vita di Gesù, il contrasto con la preoccupazione degli apostoli! Che angustia la loro incomprensione, immagine viva dell’incomprensione dell’umanità preoccupata solo del mangiare, del bere, e delle esigenze della vita materiale, di fronte all’esigenza della vita soprannaturale! Quando non si riguardano le cose terrene come provvisorie e accidentali, e non si pensa che ci sono per l’anima un cibo e una bevanda che debbono sostenerne la vita, allora si è come in una sfera inferiore, nella quale ciò che è spirituale sembra esagerata stranezza. Si vive di animalità allora, e come un cane è attratto vivamente dal pezzo di carne e vi fissa la pupilla, mentre non guarda neppure qualunque oggetto d’arte o prezioso che gli si presenti, così l’uomo non sa fissare la mente e il cuore che in ciò che serve al corpo e soddisfa il corpo. Si sazia allora di cibo e rimane affamato nell’anima, simile a quei serpenti colossali che ingoiano la preda e cadono nel letargo della lenta digestione.
Oh, se si capissero le esigenze dell’anima, quanto apparirebbero meschine le preoccupazioni della vita del corpo!

Altri semina e altri miete
Gesù Cristo cercò di sollevare i suoi cari apostoli ad una sfera superiore e disse loro: Il mio cibo è di fare la volontà di Colui che mi ha mandato e di compiere l’opera sua. Non aveva desiderio di mangiare, attendeva le anime che la samaritana era andata a chiamare, e desiderava che i suoi discepoli fossero entrati nel merito di questa sua grande preoccupazione; perciò soggiunse: Non vi sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ebbene io vi dico: Alzate i vostri occhi e mirate i campi che già biondeggiano per la messe. E voleva dire: «Si avvicina la mietitura; voi pensate con gioia alla raccolta, e quando vedete i campi biondeggianti di messe, voi pensate a raccoglierla, e credete che non si possa pensare ad altro».
Ora ecco un campo maturo per la messe, un campo di anime, e non dovete stupirvi che io pensi solo a questo, anzi dovete anche voi aiutarmi a raccoglierla abbondante. Non vi preoccupate ora di mangiare con comodo; piuttosto state pronti ad accogliere le anime che presto verranno qui, perché vi dico che ne riceverete la mercede per la vita eterna e godrete insieme con me che ho seminato la buona semente. Pensate alla vostra grande missione e non vi preoccupate di cose materiali; si verifica per voi il proverbio: altri semina e altri miete; io vi ho mandati a mietere quello che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato, e voi siete entrati nel campo del loro lavoro. Hanno seminato i profeti, annunciando la divina promessa, ed esortando al bene; ha seminato Giovanni, preparando le anime al regno di Dio, ho seminato e semino io, annunciando la buona novella, e voi dovete poi raccogliere la messe, chiamando le anime alla salvezza e diffondendo nel mondo la luce della verità.
Gli apostoli non pensavano, infatti, allora, di avere una missione tutta spirituale; credevano di dover solo aiutare il Maestro nel provvedere alle necessità della vita. Concepivano poco o nulla la bellezza dell’apostolato; anzi, dovevano essere annoiati del concorso di popolo che non dava loro il tempo neppure di mangiare tranquillamente un boccone. Forse si annoiarono persino quando videro da lontano che la samaritana conversava con Gesù, pensando che fosse venuta in un momento importuno, e temendo che la conversazione potesse andare per le lunghe. Avevano dovuto portare qualcosa di cucinato e di caldo, e avevano premura che non si raffreddasse. Potrebbe supporsi, perché Gesù, nell’esortarli, disse che mancavano quattro mesi alla messe. Ora la messe in Palestina si compie verso la metà di aprile, e si era quindi a dicembre.
Gesù Cristo, rifiutando il cibo, volle attenuare quella loro preoccupazione materiale, ed esortandoli col paragone della messe, volle far loro ponderare che se i contadini, nell’epoca della raccolta, conducono una vita quasi randagia e provvisoria nei campi, molto più dovevano essi contentarsi di condurla per amore delle anime, pensando poi che il loro lavoro non sarebbe stato né infruttuoso né privo della debita mercede. I profeti che avevano seminato la buona parola, non avevano condotto anch’essi una vita provvisoria? Non aveva fatto lo stesso san Giovanni e non lo faceva Egli, nel suo divino ministero?

Apostolato e comodità
È una lezione di grande importanza non solo per chi zela la salvezza delle anime ma molto più per chi compie un’opera nuova e straordinaria di apostolato nella Chiesa. Tutte le opere di Dio cominciano da umili principi, e richiedono, in chi le compie, un grande spirito di rinuncia e di abnegazione.
La natura vi ripugna, è vero, e vorrebbe le sue comodità, non solo temporali ma anche spirituali; vorrebbe magari il tempo di riposo, la cella o l’abitazione pacifica, il sostentamento sufficiente, il momento di piena e calma alimentazione spirituale, e questo non è sempre possibile. Ogni fondazione richiede sacrifici non comuni in chi è chiamato ad esserne pietra fondamentale, e ogni apostolato che è raccolta di messe spirituale già matura, richiede molte rinunce.
Siamo contenti di zelare anche così la salvezza delle anime e la gloria di Dio e pensiamo che verrà poi il tempo della ricompensa eterna; allora ci riposeremo, allora avremo agio di espanderci in Dio interamente, allora troveremo piena la gioia alla quale ora aneliamo.
Molti Samaritani risposero all’invito della donna, corsero da Gesù, lo sentirono e crederono in Lui. Non videro miracoli, ascoltarono solo la sua parola, e fu per essi un argomento valido di verità.
La donna intanto, fatta ardita dal successo, doveva gloriarsi presso i suoi concittadini d’aver ella, per prima, trovato il Messia, e doveva dire, come appare dal contesto: Ho detto il vero? Avete visto che era come io vi dicevo? Avevo ragione di entusiasmarmi? Eh, vedete bene che il mio intuito è stato preciso, ecc. Per questo i suoi concittadini, forse un po’ annoiati di queste sue insistenze, le dicevano: Noi non crediamo per ciò che tu ci hai detto, poiché noi stessi l’abbiamo udito e riconosciamo che questi è veramente il Salvatore del mondo.
Gesù, a richiesta dei Samaritani, rimase due giorni presso di loro, annunciando il regno di Dio, e raccolse frutti abbondanti di fede. Presso i Giudei, invece, aveva fatto molti miracoli e non solo non avevano creduto in Lui, ma avevano cominciato a minacciarlo, tanto che Egli dovette allontanarsi dalla loro terra. Il loro orgoglio metteva ostacolo alla grazia, e la semente gettata in mezzo a loro trovò le pietre, fu soffocata dalle spine e fu rapita dal diavolo. Oh come spesso le anime più rozze e più semplici vanno avanti ai sapienti nel regno di Dio, e in quante maniere l’orgoglio e la presunzione impediscono che la grazia penetri nel cuore e lo trasformi! Umiliamoci, non assumiamo mai pose da superuomini, andiamo a Dio come fanciulli, ed entreremo nel suo regno. 

Tratto dal commento dei quattro Vangeli di don Dolindo Ruotolo

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