lunedì 25 giugno 2007

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O’ Vecchiariello d'a Madonna




















BIOGRAFIA

Dolindo Ruotolo - sacerdote e terziario francescano - è stato insieme a Padre Pio da Pietrelcina ruota del carro della Chiesa del XX sec. Un amanuense dello Spirito Santo, una sapienza infusa dall’alto, un taumaturgo di non minor potenza del confratello cappuccino, uno stigmatizzato di Cristo già nel nome, un figlio prediletto della Vergine iniziato alla sapienza delle Scritture, un servo fedele che volle essere il nulla del nulla in Dio e il tutto di Dio tra gli uomini.
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Il 6 ottobre 1882, alla vigilia della solennità della Vergine del SS Rosario, nasceva nella sua casa di Napoli -Dolindo Ruotolo- sacerdote di Cristo e figlio prediletto della Vergine Maria. Ci sono nella vita di un uomo presagi di un destino e così Dolindo portava già nel nome i paramenti sacri del suo sacerdozio d’amore.

Il Sacerdozio

Il sacerdote è un’ostia vivente offerta in Cristo a Dio Padre per la salvezza dei peccatori. Egli è il polmone dell’umanità, metabolizza la miseria del peccato nell’aria purissima della grazia e della vita eterna. Il sacerdote è un operatore di grazie, un restauratore del vasellame di Dio, la sua opera è il frutto della sua preghiera e attraverso il sacrificio e la preghiera i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i morti risorgono.

L’opera di un santo sacerdote è ignota a lui stesso, è Dio che opera in lui, egli non sa né vuole usurpare per sé il merito che è solo di Dio. Così Dolindo, che già portava nel nome la trafittura delle spine che gli passeranno le carni durante tutta la sua vita, riteneva di essere per sé un nulla, uno sciosciammocca, un incantato di Dio, un innamorato della Vergine.

Perché possa stabilirsi la comunicazione con l’infinita potenza di Dio è necessario per l’uomo occupare l’altra polarità ad essa coniugata: il nulla. Quanto più l’uomo si annulla davanti a Dio tanto più riesce a effondere la sua potenza nell’effluvio della carità. Così ha fatto il figlio suo sulla croce, così Francesco, così tutti i santi di Dio e così fece Padre Dolindo. Dunque le comunicazioni interiori, i miracoli e le conversioni possono avvenire solo in presenza di questa polarità del sé che si annulla e annullandosi rende testimonianza della gloria di Dio.

E Dio per virtù di questo incantesimo operava in lui miracoli, otteneva conversioni, diffondeva per la sua bocca un fiume di parole di vita eterna conservate, in parte, nella monumentale opera di commento biblico edito a cura delle figlie, che egli cooptò nell’opera di apostolato e che scelse da tutti gli ambienti e da tutte le professioni come pie donne, che l’avrebbero accompagnato nel suo calvario terreno.

La sua sapienza non brilla per vanagloria di umana scienza ma per il decoro di divina illustrazione dei fondamenti della fede cattolica verso cui concorre, come a sua foce, ogni percorso di umana dottrina. Riposava ancora giovinetto presso l’immagine della Vergine prediletta e tutto confuso per la disuguaglianza tra l’onere intrapreso e il naturale ingegno, poco brillante, di giovane aspirante al grande ufficio di sacerdote, si rivolse alla sua Mamma celeste e nel suo cuore così pregò: “se è volere tuo che io divenga sacerdote di Dio, versa sul capo mio i tesori di scienza e di virtù sì che io per te ne divenga degno”. Un sonno placido scese sul ciglio del devoto bambino orante e con il sonno la Madre gli instillò i sette doni dello Spirito Santo. Egli li usò dal suo risveglio e fino alla fine come tastiera del suo armonium interiore su cui cantava a gola piena le lodi della Trinità e di Maria.

Gesù e la Vergine lo visitarono con intima consolazione e come segno agli altri della loro elezione gli diedero le croci, croci di incomprensioni nella sua famiglia naturale e pastorale, croci di espiazione per il peccato dei suoi fratelli, croci di redenzione per la salvezza del gregge di Dio, che a lui veniva di notte e di giorno come a lui mandato dal loro pastore per essere mondate dalla lebbra del cuore e dalle malattie dell’anima.

Alcune vie sono famose perché furono luogo di svolte epocali nella storia del progresso dell’umanità, così a Napoli in via Salvator Rosa 58 la sostanza divina, che è il nucleo atomico dell’uomo, concresceva sotto le preghiere e le benedizioni di don Dolindo. Egli prendeva su di sé, come il cireneo, il peso della croce degli uomini per compartirlo con Gesù e a mano a mano che saliva con Cristo fino al Golgota le spalle si incurvavano, le vertebre si flettevano sotto il peso della croce, le gambe turgide per il faticoso cammino sanguinavano ribelli ad ogni fasciatura, sembrava vecchiaia ed era stigma del Cristo paziente, dell’anima triste fino alla consummazione dell’ora.

Un altro figlio di Gesù nello stesso tempo e in altro luogo -Padre Pio da Pietrelcina- compiva nel suo corpo quello che manca alla crocifissione di Gesù. Per cinque fori egli ha versato il sangue come un’icona vivente di Cristo ed egli solo, nella profondità della sua chiaroveggenza, sapeva ed indicava ai suoi fedeli che un fratello suo, Dolindo, pativa nell’anima e nel corpo uguali pene per la salvezza delle anime e per la gloria della Chiesa di Cristo.

Come costui, Padre Dolindo fu relegato nella solitudine, come Gesù fu solo sul Calvario, divenuto come uno di fronte al quale ci si copre il volto. Dolindo fu condotto dal demonio nel deserto e ivi tentato. In famiglia dubitavano di lui e fu creduto che uno spirito immondo lo possedesse, nella sua Chiesa trovò intriganti che gli tolsero l’unica consolazione che un sacerdote trova nell’afflizione: la celebrazione della Eucarestia, e per più anni stette come il salmista invocando de profundis che la voce di Dio trionfasse.

Nella tempesta che l’assalì aveva il conforto della preghiera e della intima consolazione della Vergine e di Gesù, l’estasi in cui ci pone Dio quando si parla di Lui. Non aveva forse Gesù detto ai suoi discepoli: ancora un poco e mi vedrete, ancora un poco e non mi vedrete? Dolindo stette come un cane fedele alla sua Chiesa, accucciato e in attesa che il padrone lo chiamasse a venire a mensa. Furono le prove generali per la sua esaltazione a una maggior gloria e un maggior dolore.

L’Autobiografia

L’autobiografia è un genere letterario che quando è adottato da un santo serve a umiliazione di sé stessi davanti a Dio e a edificazione della Chiesa. Come Agostino e Teresa anche Padre Dolindo, per obbedienza e sotto giuramento di dire la verità, ripercorre la storia della sua anima e dell’opera che Dio volle compiere per lui.

Quando Gesù si manifesta all’anima il cuore esulta di gioia ma nello stesso tempo intorno a lei crollano le umane certezze, anche colui che prega insieme a noi alza contro di noi il suo calcagno, l’anima cerca prove cruciali delle verità che sente in seno ma non trova nei fratelli che livori di umana miseria; allora sospira come Cristo sulla croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Non si trova conforto che nelle verità della fede, non c’è altra prova cruciale che la fede nelle verità insegnate dalla Chiesa perché in tali verità permane saldamente il Cristo.

Così Padre Dolindo attraversa, come tutti i santi, la tempesta del dubbio; Gesù è a poppa silente. Per invidia di tali Padri Fabazzi e De Cicco fu minacciato di deferimento al Santo Uffizio. Un tale tribunale scatena, al solo nome, un’inquietudine nell’animo di ogni fedele perché annuncia all’anima desiderosa di Dio il sospetto di non conformarsi alla Chiesa. Il demonio induce nell’anima la tentazione che è tutto illusione e l’evidenza della fede è messa a dura prova dalla seduzione del nemico, che minaccia la perdizione per noi e per gli altri.

Gesù non lascia mai un’anima eletta in pena oltre il tempo necessario per la sua edificazione; durante la messa Egli veniva e con la sua pace lo innalzava al di sopra della piccolezza umana, gli faceva sentire e assaporare il gusto della Verità e misteriosamente purificava ogni fibra del suo essere dall’angoscia e dalla esitazione.

Percepiva chiaramente che il ministero sacerdotale non è solo eucaristico ma è ministero della parola, che Gesù durante il sacrificio spezza il pane della parola e la dona agli uomini per illuminazione della mente ed edificazione dello spirito, che un’eucarestia non nutrita preliminarmente dalla penetrazione della Parola è una trasmutazione del pane in pietra.

O’ Vecchiariello d'a Madonna

Non c’è santità senza devozione mariana. Il popolo, nella percezione intuitiva che possiede delle anime, aveva bene appellato don Dolindo come il “vecchietto di Maria”, quasi ad indicarne una appartenenza, il matronimico. Effettivamente don Dolindo fu tutto di Maria; egli ha celebrato le lodi più belle della Vergine, ha cantato per Lei e insieme a Lei le melodie più soavi.

Una grande parte dei suoi scritti e dei suoi opuscoli sono dedicati alla Vergine Immacolata, alla Madre del Redentore, alla corredentrice del genere umano. Maria è per lui il sospiro dell’universo e la magnificenza delle anime, il cantico della Trinità. Incomparabile resta il suo commento al Magnificat ispirato e dettato dalla Vergine che veniva a istruire il piccolo cenacolo di don Dolindo.

Alla scuola della Madre celeste si produceva una profonda riforma del cuore culminante nel suo ultimo lavoro: “Maria, madre di Dio e madre nostra”, una possente trilogia mariana composta negli ultimi anni della sua vita, tra dolori indicibili e una paralisi che gli rendeva sommamente difficile lo scrivere. Fulcro di tale devozione mariana era la preghiera del Santo Rosario, che egli recitava meditando le stazioni della vita, morte e resurrezione di Gesù sulla sua corona, costantemente impugnata e che usava come una verga mosaica per battere alle porte del cielo e impetrare grazie o come una spada contro le tentazioni e gli assalti del demonio.

I Prodigi

Infinite sono le testimonianze di guarigioni miracolose avvenute, di tubercolosi guarite, di arti risanati, di suicidi deliberati e per suo intervento non giunti a compimento, di aiuti segreti dati a tutti quelli che in segreto chiedevano. Si tratta di quei bisogni che affliggono i piccoli nelle piccole faccende quotidiane: la malattia di un figlio, un esame da superare, un lavoro da trovare, il miracolo -insomma- del pane quotidiano, il più straordinario in una città -Napoli- afflitta da sempre dalla povertà e dalla abiezione.

Il conforto agli infermi era la cura sua particolare che non interrompeva neppure se c’era pregiudizio della sua salute. Riceveva tutti, per tutti pregava, per tutti soffriva. Non amava le delicatezze del cibo e del vestito, sopportava il freddo e la fame e fu visto camminare nella neve senza calzini ai piedi.

Fu ospite indesiderato nella sua casa, lo tenevano in gran disprezzo perché era per i familiari occasione di fastidio e di guai. Non aveva predetto Gesù ai suoi amici che i nemici dell’uomo sarebbero stati quelli della sua casa? Si avvicinava ai malati più infetti e li carezzava, li baciava e là dove il ribrezzo avrebbe in altri estinto la compassione in lui eccitava la pietà. La prima comunione eucaristica era per lui l’unione mistica con Cristo crocifisso.

La sua pazienza era una virtù eroica; sapeva -per interiore ispirazione- che il male del mondo dilegua nella carità di un cuore paziente. Nell’uomo vedeva il Figlio di Dio sofferente, preferì oscurare sé stesso perché potesse brillare negli altri quella luce, quantunque tenue, che illumina ogni uomo che viene al mondo ed è la vita di Dio in noi. Nulla gli fu più caro della Chiesa, non permetteva ad alcuno di compatirlo diffamando la Madre-Chiesa. Proclamava solennemente che Essa è la Madre dei Santi, che solo nella obbedienza alla Chiesa cattolica e al Santo Pontefice possono fiorire le piante del Paradiso e che la santità è una merce che si paga al banco del dolore.

Perciò amò soffrire, e quanto più l’artrosi lo piegava come un annoso fusto tanto più sentiva la gioia dei frutti che egli portava alla Chiesa. Sostenuto su gambe ulcerate e purulenti procedeva, nel cammino lungo i sentieri dell’amore divino, verso un riposo auspicato solo nella tomba. Entrando in chiesa baciava la mano del povero questuante alla porta del tempio e a chi, contrito, chiedeva perdono per le offese fatte si rivolgeva pietoso e benigno, l’abbracciava e chiedeva -egli per primo- perdono di averne dato motivo.

Percepiva la presenza, durante la celebrazione eucaristica, della Vergine, dei Santi e degli Angeli custodi degli astanti e il suo cuore si gonfiava di gioia. Egli aveva un cuore grande, traboccante d’amore fino a forzare a cupola -per paramorfosi- l’anatomia delle vertebre toraciche. La sua benignità soccorreva le anime in bisogno anche da lontano; fu sentito coprire col suo manto nelle angosce notturne malati destinati alle sale chirurgiche, intervenire egli stesso durante operazioni chirurgiche disperate, prescrivere a malati abbandonati dalla scienza medica inconsuete e miracolose ricette sotto lo pseudonimo ìlare di dott. Cretinico Sciosciammocca.

La santità non aveva in lui nulla di burbanzoso, la sua austerità di costumi non confliggeva con la sua natura mediterranea perché la sofferenza di un santo non estingue la gioia, la manifesta. La parodia della scienza ufficiale, che usciva sconfitta dalle diagnosi e dalle terapie di Padre Dolindo era occasione per un affidamento del malato alla speranza nell’amore di Dio e della Vergine e suonavano così:- rimedio umano: sciroppo di pedate raffreddate, rimedio sovrano: balsamo di unione alla divina volontà con gocce luminose di Ave Maria-.

La sua santità fa tremare anche l’Inferno. Come i demoni si sottomettevano a Gesù e pubblicamente dichiaravano che egli era il Figlio di Dio, come Padre Pio da Pietrelcina, nelle sue lotte contro il demonio, riusciva a vincerlo per i meriti delle piaghe di Cristo, allo stesso modo Padre Dolindo, in occasione degli esorcismi che egli praticò, scacciava imperiosamente il demonio dal corpo dei posseduti imprecanti contro di lui. Si sa che i demoni obbediscono solo a chi opera con il dito di Dio; un giorno, infatti, che un demonio resistente alla pratica esorcistica si faceva beffe di lui, Padre Dolindo, afferrata una corda, cominciò a flagellarsi e con la sua penitenza inflisse a quel demonio tale dolore da costringerlo ad abbandonare la sua sventurata vittima.

Le Opere

Per Padre Dolindo l’altare è anche uno scrittoio ed egli usava lo scrittoio come un altare ove componeva nella minuta scrittura di un intelletto penetrante le infinite carte di esplicazione biblica. Egli sapeva che non bastano le intere biblioteche per narrare tutte le opere che fece, ha fatto, farà Gesù e si pone a servirlo con tanta profluvie di lucide parole e di abbondante dottrina da lasciare meravigliati chi si chiedesse donde trovasse tanta abbondanza di tempo, di carte e d’inchiostro. Veramente la sua opera esegetica è una intera biblioteca, un fondo e in tale fondo l’anima che vi si immerge attinge acqua zampillante, come quella promessa alla Samaritana da Gesù.

La valutazione della liturgia della parola, della futura messa vespertina, della caduta del comunismo ad opera di un “nuovo Giovanni polacco”, sono solo una piccola antologia delle profezie che testimoniano che Dio era con lui. Queste sono le profezie che riguardano la Chiesa ma il popolo lo venerava per le piccole profezie che riguardavano la sua piccola esistenza quotidiana e per i miracoli che gli attribuiva, continui, numerosi, straordinari.

Il popolo non ha scienza teologica della santità, ne ha una scienza positiva, perciò è un giudice autorevole perché sa quello che i teologi teoricamente sostengono, che contra factum non valet argumentum, come il cieco nato. Il popolo non fa inchieste, sa che prima uno non vedeva e poi in seguito ad una benedizione, ad una preghiera, vede o risana. Perciò la vox populi è vox Dei, quando proclama la santità dei suoi sacerdoti, perché ne conosce le virtù, e ne glorifica le virtù perché ne apprezza la carità.

Molte sono le sue opere e di lui -come di ogni Santo- può dirsi quello che Giovanni dice di Gesù: che se si volessero raccontare tutte le opere non basterebbero tutte le carte di tutte le biblioteche per testimoniarle, perché l’azione dei Santi è continua e perenne nella azione stessa della Chiesa di cui essi fanno parte nella gloria dei cieli.

La Morte

Mirabile agli occhi di Dio è la morte dei giusti. Il giusto vive costantemente nell’ora della morte, se la prefigura come il dolce abbraccio della Sposa allo Sposo. La meditazione costante della morte fa parte del precetto della Chiesa al cristiano e Padre Dolindo aveva istruito nei suoi libri, nelle sue prediche e nelle sue meditazioni i suoi seguaci sul mistero della vita, della morte, del giudizio, dell’Inferno, del Purgatorio, del Paradiso, che egli aveva illustrato con tanta ricchezza di immagini da apparire quasi uno che l’avesse, come Paolo, visitato in virtù di un mistico rapimento. Tutti i tesori, però, che Iddio ha preparato per noi devono essere scontati con l’agonia del nostro corpo mortale, che morde anche con denti cariati la carne nella quale l’anima cristiana aspira al Paradiso.

A 88 anni la morte frulla le ali al capezzale di Padre Dolindo, una broncopolmonite a focolai diffusi devasta quel mantice che aveva alimentato il fuoco dello Spirito Santo. Gli vengono applicate mignatte, praticati flebo, viene intubato. La vanità della scienza attende, in ultimo, l’inerzia del nostro corpo per far pompa del lusso dei suoi apparati.

All’alba del 19 novembre 1970, giorno della dedicazione della Basilica di SS. Pietro e Paolo, le condizioni del Padre si aggravarono; senza perdere conoscenza egli scandiva il quadrante del suo ultimo giorno con le lancette della Salve Regina. Intorno a lui si effondeva un clima di mistero. Non ingoiava più ma non cessò di desiderare quel Cibo di cui si era nutrito per l’intera sua vita. Padre Giovanni Galasso pietosamente glielo offrì dopo averlo assolto. Nel generale raccoglimento si diffuse nell’aria un profumo di gigli, sentito dai presenti e accolto come stigma ultimo della sua santità. All’improvviso, alle 17.13, nell’ora che gli Angeli di Dio mietono la terra e presentano al Padre il raccolto da ammassare nei suoi granai, come per un’improvvisa rigenerazione del corpo, causata da una visione di cielo, la sincope degli arti contratti si distende. Il peso delle membra lèvita per una misteriosa virtù che le solleva, egli balza lieto sul letto come per andare incontro a una visione, quella della Madre sua Celeste, a cui aveva consacrato la sua vita e le sue opere.

Sorrideva il suo volto di ineffabile beatitudine, la pietà delle sue figlie spirituali adagiò il capo reclino sul guanciale e giacque nella sua casa. Il cordoglio dell’intera città di Napoli, che andò in processione a salutarlo, fu temperato dall’ammirazione della gloria che Iddio riserva ai Santi suoi.

L’amore di Gesù per i suoi amici fu tanto grande che egli lasciò l’Eucarestia come testamento della sua presenza tra i suoi; anche Padre Dolindo non si allontanò dai suoi senza una promessa, quella di impetrare dalla Vergine e da Gesù tutte le grazie di cui essi avrebbero avuto bisogno e che se avessero bussato alla sua tomba egli non avrebbe cessato di ascoltarli e di esaudirli.

Così è invalso il costume presso i napoletani di bussare per tre volte in nome della SS. Trinità, sul marmo del suo sepolcro nella chiesa della Vergine di Lourdes -a Napoli- ove giace. Quivi la pietà mista al bisogno fa lasciare sulla tomba suppliche e richieste di aiuto.

A quella tomba anche noi abbiamo bussato e abbiamo ottenuto, ben oltre ciò che avevamo chiesto. Per certificare questi fatti di cui noi siamo divenuti testimoni e a lode di Dio è stata stilata questa memoria per la diffusione della figura e dell’opera di don Dolindo Ruotolo, che per sé fu nulla ma in Dio fu tutto, cioè nulla in sé e tutto in Dio.

Servo di Dio Dolindo Ruotolo Sacerdote, teologo

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Napoli, 6 ottobre 1882 – 19 novembre 1970


“Fui chiamato Dolindo, che significa dolore…” sono sue parole per spiegare il significato di questo strano nome, elaborato ed impostagli dal padre al battesimo. Fu tutto un programma di vita, che inconsapevolmente il genitore predestinò al quinto dei suoi 11 figli.
Dolindo nacque a Napoli il 6 ottobre 1882 da Raffaele Ruotolo, ingegnere e matematico e da Silvia Valle discendente della nobiltà napoletana e spagnola; il dolore effettivamente si presentò nella sua vita prestissimo, a 11 mesi subì una operazione chirurgica sul dorso delle mani, per un osso cariato, poi un altro intervento per un tumore sotto la guancia che interessò anche le ghiandole.
La numerosa famiglia, le scarse entrate, la quasi avarizia del padre, facevano si che nella sua casa si soffrisse la fame, con mancanza di vestiario e scarpe. La sua vita l’ha raccontata in una poderosa ‘Autobiografia’ oggi stampata in due volumi, con il titolo “Fui chiamato Dolindo, che significa dolore”; egli racconta che in casa vigeva la eccessiva rigidità del padre, che fra l’altro non li mandava a scuola, dando loro personalmente sommarie lezioni di leggere e scrivere.
Nel 1896, i coniugi Ruotolo troppo diversi nel carattere, si separarono e Dolindo con il fratello Elio, venne messo nella Scuola Apostolica dei Preti della Missione in via Vergini. Dopo tre anni, a fine 1899, venne ammesso al noviziato e nel maggio 1901 passò allo Studentato dei Preti della Missione che durò quattro anni fino al 1905.
Nel 1903 fece domanda di andare in Cina come missionario; il Visitatore dell’Ordine gli rispose: “Dio le dà questo desiderio per prepararla alle sofferenze e all’Apostolato. Sarà martire, ma di cuore, non di sangue. Rimanga qui e non ne parli più".
Il 1° giugno 1901, fece i voti religiosi e il 24 giugno 1905 venne ordinato sacerdote, celebrò la Prima Messa il giorno seguente, assistito dal fratello Elio già sacerdote; fu nominato maestro di canto gregoriano e professore dei chierici della Scuola Apostolica.
La vita da sacerdote ‘Vincenziano’, fu intessuta da tanti episodi dolorosi, che mortificarono padre Dolindo, dandogli però quella forza di sopportare tutto senza ribellarsi, prendendo tutto ciò come manifestazione della particolare attenzione di Dio nei suoi confronti e che lo forgiava a ciò che era destinato in seguito.
Fu a Taranto insieme ad un altro sacerdote, che purtroppo usò con lui atteggiamenti di scarsa carità e considerazione, riprendendolo spesso davanti agli alunni di quel collegio, che già aveva tanti problemi di disciplina. Tutto ciò portò nel 1907 al suo trasferimento da Taranto a Molfetta come insegnante nel seminario e maestro di canto gregoriano, trascorse in questo luogo sei mesi, risollevandosi nello spirito, ma rammaricandosi di non avere più ogni giorno, quelle mortificazioni divenute necessarie per la sua anima, tutta protesa verso il Cristo sofferente.
Ma dal 3 settembre 1907, le forze dell’incomprensione e del dolore si scagliarono contro padre Dolindo Ruotolo; fu chiamato da p. Volpe che era stato trasferito a Catania, a dare un giudizio su una giovane donna di nome Serafina, sembrava che avesse doti di veggente e che aveva avuto già un parere positivo dallo stesso padre Volpe.
Giunta la donna a Giovinazzo vicino Molfetta, padre Dolindo ebbe modo di confessarla e controllarla personalmente per otto giorni, sentendola parlare anche in estasi; il parere fu positivo da parte sua, anche se la supposta veggente asseriva di assistere alla ‘manifestazione dello Spirito Santo in forma di bambino’.
La sua relazione fu travisata dal Visitatore (Superiore Generale) di Napoli, per cui ciò che era l’affermazione di una ‘visione’ fu distorta e divenne una ‘incarnazione dello Spirito Santo’, per padre Ruotolo fu la fine, ogni chiarimento e delucidazione sulla relazione fu inutile, il Visitatore rimase convinto che lui sostenesse questa eresia.
Il 29 ottobre 1907 fu richiamato a Napoli, intimato di non interessarsi più di questi fatti straordinari, della supposta veggente di Catania e lo sospese dalla celebrazione della Messa. Anche il padre Volpe era stato richiamato da Catania e sospeso; tutti nella Casa dei Vergini lo sfuggivano come uno scomunicato, il 4 dicembre 1907, partì per Roma per sottoporsi al giudizio dell’allora Sant’Uffizio, stette in esame circa quattro mesi, ma lui non tornò indietro su quanto aveva relazionato, perché visto e sentito con i suoi occhi e quindi non tolse la sua solidarietà al suo superiore padre Volpe.
Sospeso dai sacramenti, fu sottoposto anche a perizia psichiatrica, dove risultò sano di mente. Ridatigli i sacramenti, fu inviato di nuovo a Napoli con l’espulsione dalla Comunità e il 15 maggio 1908 con la morte nel cuore, ritornò nella sua casa. Seguono anni di tormenti di ogni genere, dovette accettare di essere esorcizzato, considerato come un pazzo, i fatti furono riportati negativamente sulla stampa e travisati, per cui sia lui che p. Volpe si trovarono completamente emarginati.
Nella sua solitudine cominciò ad avere delle comunicazioni soprannaturali, per cui scriveva quanto gli veniva rivelato, specie da santa Gemma Galgani; il 22 dicembre 1909 Gesù gli parlò solennemente dall’eucarestia. Si spostò a Rossano in Calabria e da lì parte la richiesta di revisione, con l’aiuto di prelati amici e certi della sua dottrina e alcuni anche testimoni dei suoi doni soprannaturali; l’8 agosto del 1910 viene riabilitato dopo due anni e mezzo di sospensione.
Ma una seconda volta nel dicembre 1911, padre Dolindo viene convocato a Roma, alloggiando in una specie di carcere sacerdotale del Sant’Uffizio e rimandato a Napoli nel 1912. A questo punto, a causa dello spazio, non si può proseguire nel descrivere nei particolari la sua vita; egli subirà anche un processo nel 1921, verrà condannato, esiliato di nuovo, il suo dolore è immenso, vengono messe in giudizio anche le locuzioni con Gesù che egli riceveva, la critica alle sue opere letterarie e teologiche erano aspre.
Venne definitivamente riabilitato il 17 luglio 1937; pur ricevendo ancora dolori ed incomprensioni, la sua vita di sacerdote ormai diocesano, prosegue a Napoli nella chiesa di S. Giuseppe dei Nudi, di cui il fratello don Elio sarà parroco. Egli è l’ideatore dell’'Opera di Dio', il cui senso è una rinnovata vita eucaristica, cioè il contatto personale e consapevole dell’uomo con Gesù vivo e vero, la disponibilità a lasciarsi trasformare in Lui, come rimedio ai tanti mali che affliggono l’individuo e che si riflettono su scala più ampia sul mondo intero.
Intorno a lui si radunarono tante giovani donne e uomini, tutti di cultura elevata o laureati, che formarono l’Opera “Apostolato Stampa” che diffusero in ogni luogo l’insegnamento di padre Dolindo, attraverso soprattutto la stampa dei suoi scritti e delle tante riedizioni.
Certo che di scritti di padre Ruotolo ce ne sono parecchi, vanno dal monumentale “Commento alla Sacra Scrittura” in 33 grossi volumi, alle tante opere di teologia, ascetica e mistica; interi volumi di epistolario, scritti autobiografici e di dottrina cristiana.
Nel 1960 inizia un altro calvario per padre Dolindo, un ictus lo immobilizza il lato sinistro, ma non lo ferma, dal suo tavolino continua a scrivere alle sue ‘Figlie spirituali’ sparse un po’ dovunque, finché dopo dieci anni di queste sofferenze fisiche, si spense il 19 novembre 1970.
Vera luce della spiritualità napoletana e della Chiesa cattolica; riposa nella chiesa di S. Giuseppe dei Nudi, dove è anche la tomba di suo fratello Elio.
Le ‘Figlie spirituali’ di don Dolindo, tengono vivo il suo ricordo ed i suoi insegnamenti nella “Piccola Casa della Scrittura”.

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